L’ossessione del posto sicuro in volo

Che bello, nonostante tutti i casini, essere riuscita a beccare “La Repubblica” ed il “Corriere della sera”.

Tra un sorso di Coca Cola ed uno tarallino al sesamo (dopo un pacchetto di crackers, una barretta Balsen ed un bonbon al cioccolato al latte) un titolo richiama la mia attenzione: “L’ossessione del posto sicuro in volo”. Posto sicuro?

Procedendo nella lettura ben presto mi rendo conto di aver rischiato la vita quasi ogni volta pur di essere tra i primi a ricevere lo snack e ad uscire, Sono un’ingorda frettolosa penserete voi. Beh,  avete ragione! Anche stavolta mi sono lasciata sopraffare e dire che ieri sera, quando effettuando il check in online mi sono vista assegnare il posto 3A, ho subito pensato Che culo! Così all’arrivo corro immediatamente a recuperare la valigia, la valigia che avevo deciso di lasciare in auto. Quasi deciso. Ringrazio il dipendente del parcheggio.

Esco di scuola alle 09:10, accantono l’idea di salutare Alemanno e via: slalom tra auto e in fretta sul GRA. Ingrano la quinta e mantengo i 100 km/h. L’entusiasmo dura cinque secondi, smorzato di colpo dalle quattro frecce dei veicoli che mi precedono e dalla segnalazione di incidente da Tuscolana, direzione Aurelia. Ma porco cazzo!Non può essere, sarà uno scherzo.

Dopo 15 minuti di attesa, bloccata (meglio paralizzata, fa più effetto!) nel traffico capisco che non è uno scherzo ed allontano la paura, concentrandomi su Nickelback che canta. Inizio ad odiarlo ciecamente e senza provare nemmeno un briciolo di pena per lui.

Altri 15 minuti e la paura inizia a far capolino, smanetto con il navigatore sperando che, per una volta, possa mostrarsi clemente nei miei confronti. Un’unica soluzione appare sullo schermo: uscire dal GRA e riprenderlo esattamente 300 m dopo. Che soluzione del cazzo, non trovate? Chiamo mia madre che non si accorge del mio stato e mi chiede se posso prestarle dei soldi. Quasi le riaggancio il telefono. Lui cerca di calmarmi ma non ci riesce e ci prova anche il tipo del parcheggio che, non vedendomi arrivare, mi chiama spiegandomi che uno prima di me ha probabilmente perso l’aereo. Grazie per l’incoraggiamento!!! Succederà anche a me, ne sono sicura. Il mio mascara non ne può più e cola via. Pazienza ed un sorriso nevrotico mi guarda dallo specchietto retrovisore.

Altri 15 minuti ed inizio a fare i conti col freddo che, a braccetto con l’ansia, mi fa tremare le gambe e strane sensazioni mi assalgono. Non posso fermarmi e poi…dove?

Cerco di mantenere la lucidità. Nel frattempo Nickelback è finalmente andato a farsi fottere. Frizione…acceleratore…freno. L’abitacolo bollente, il cervello in corto.

Poi accelero e non occorre schiacciare il pedale del freno. Sto guidando da un’ora e più e finalmente tocco i 110 km/h, ancora una volta. Ti prego. L’adrenalina mi si trasforma in un’euforia incontenibile ma devo mantenere la calma. Whatsapp continua a chiamarmi…trilla…trilla…”asp…corro”…”si ma arriva qui da me tutta intera”.

Intanto inizio a pensare a tutte le misure possibili e immaginabili per riuscire ad arrivare in tempo al gate…inizio a mettere il frontalino dello stereo in borsa anche se mancano ancora 5 km…maledetto navigatore…non vedi che la strada è chiusa? A quando risalgono le tue maledettissime mappe del piffero? Palabrotas llenan el aire y no me importa.

Come una matta entro nel parcheggio ed il tipo nemmeno se ne accorge. Quando si accorge del mio stato mi aiuta a mettere assieme i pezzi e recuperiamo anche la valigia che avevo lasciato nel cofano per paura di non riuscire a fare il check in. Sta’ tranquilla. ‘Na parola quando tocca a te provarci.

Corre come un matto e mi domando se non sia parente di qualche vigile urbano di Fiumicino. Nel caso gli porto un’eventuale multa.

Lui mi scarica al terminal 1 e mi accoglie una quantità immane di spazzatura, ovunque. Mi dirigo al banco drop-off che di tempo non te ne fa risparmiare nemmeno un po’ e mi accorgo di non trovare le chiavi dell’auto, trovo le chiavi e mi manca il telecomando antirapina. Jamm checazz!!! Iperventilazione ed una francese tutta carina mi chiede se può aiutarmi. Giustamente le rispondo in inglese…sconnetto ed una torre di Babele si fa spazio nella mia mente. Eccolo, maledetto telecomando giallo!

Lascio la valigia, sperando di ritrovarla integra e corro al bagno perché il braccetto si era trasformato in balletto classico e non vi dico le mie pirouette in attesa di imbarcare il bagaglio. Sembro Heather Parisi!

Al controllo di sicurezza nemmeno mi filano, sono troppo intenti a giocare con un cagnolino che sembra tanto Milo di The Mask.

Al diavolo i controlli di sicurezza e mi dirigo al gate. Dieci minuti di anticipo sull’imbarco passeggeri. Chiamo mamma e la rimprovero, la cazzeo anzi, fa più effetto.

Ed ora, leggendo quest’articolo, mi chiedo davvero se sia più pericoloso vivere o viaggiare in aereo.

ImmagineIo morirò d’infarto.

Le cuffie Bose e le voci di dentro (di N. Ammaniti)

Premetto di non aver mai letto nulla di Ammaniti ma stamattina, mentre ero al bagno (sì so che non vi interessa) mi sono imbattuta in “questo” pubblicato su “Wired” di settembre.

Mi chiamo Massimiliano Trancanelli detto PRANA e ho sedici anni e secondo mia madre ho la sindrome di Asperger. Secondo mio padre invece sono solo un povero psicopatico.

Indosso le mie nuove cuffie Bose con il sistema di cancellazione totale del rumore. Il dottor Amar Bose, ingegnere di origine indiana, nel 1978 stava andando a trovare sua nonna in aereo. Nonostante avesse un’avviata industria di diffusori acustici sia per ambiti domestici che professionali e riceveva plausi in tutto il mondo era parecchio amareggiato per la sorte di sua nonna. La povera vecchia diceva di sentire suo marito che gli sussurrava insulti dal mondo dei morti solo perchè lei si era risposta acon un pediatra infantile.

Il dottor Bose, da sempre, odiava i rumori superflui sia che avevano a che fare con il soprannaturale sia con il naturale. Anche il rombo dei motori a reazione che riempivano l’abitacolo lo irritavano tantissimo. Come fare a eliminarli e lasciare la mente di poter riflettere nel silenzio assoluto o cullarla con delle dolci melodie indiane? Si disse che ci volevano delle cuffie. Ma non delle cuffie tradizionali che comunque attenuavano solo di qualche decibel il rumore ambientale, ci voleva qualcosa di più radicale.

Prese una salvietta dal vassoietto e iniziò a fare un sacco di calcoli e tornato in fabbrica organizzò una vera e propria task force di ingegneri per risolvere il problema. Sono passati un sacco di anni da quel giorno ma finalmente da qualche anno le cuffie Bose possiedono ‘sto sistema di riduzione del rumore che poi glielo hanno copiato tutti perchè nel mondo dell’elettronica non si può avere una cazzo di idea originale che ti copiano a palla.

Comunque nessuno è riuscito a fare un sistema efficiente come Bose e quindi rosicate. Perchè quasi nessuno lo sa ma con queste cuffie anche le voci che hai nel cervello scompaiono. Io per esempio da quando ho tredici anni sento le voci degli antichi samurai che mi dicono quello che devo fare, quello che è giusto e quello che è sbagliato e soprattutto mi spingono al suicidio, devo morire in modo glorioso portandomi con me un po’ di simpatica compagnia. I samurai mi spiegano che devo vivere in modo semplice e tranquillo così quando muoio non ho nessun tipo di rimorso. Questi maestri ci terrebbero tanto che morissi entro il sedicesimo anno di vita. Per me andava bene fino a un paio di mesi fa, tanto la mia vita…Poi ho incontrato Paoletta Stangoni, una che fa nuoto con me e assomiglia a una sirena.

Non so se siamo fidanzati sul serio, ma mi ha regalato il balsamo per i capelli perchè dice che il cloro li rovina. Io penso molto spesso a lei e a come sorride dopo una vasca a rana. I maestri samurai dicono che la devo ammazzare, riescono a svegliarmi di notte con le loro voci stridule e mi dicono che lo prende in bocca al maestro di nuoto. Io cerco di non ascoltarli ma alla fine, certe volte, quasi mi convincono. Poi ho scoperto le cuffie Bose che mi liberano dalla voci che ho nel cervello grazie al loro sistema di riduzione totale del rumore. Ce le ho sempre in testa, anche se mia madre vuole che me le tolga quando faccio la doccia.

“La prossima volta che ti becco in doccia con le cuffie ti taglio un dito”, mi ha detto.

Già mi ha tagliato il mignolino del piede destro perchè non avevo portato giù la monnezza. Che poi non si sa proprio come si chiama quel dito.

Bene se non mi tolgo le cuffie mi sposerò con Paoletta e ci ameremo e spero che avremo dei figli normali che non sono degli psicopatici o che hanno la sindrome di Asperger. E che possano usare le cuffie Bose per ascoltare Laura Pausini o al massimo Irene Grandi o la musica che gli piace.

Funziona così bene che non sento assolutamente nulla, né il rombo basso dei motori, né quelli che mi sono sulla sinistra che devono essere due avvocati, quelli che partono la mattina e vanno a Roma e tornano la sera a Torino.

Con queste cuffie che smorzano ogni rumore e fanno il vuoto sto viaggiando verso Torino a una velocità di circa 360 km all’ora sul volo az 3421. Scrivo questo diario sul mio iPad 2 64GB 3G. Ovviamente non ho spento il 3G tanto non è vero che è pericoloso. E’ una emerita stronzata inventata agli INIZI DEL MILLENNIO.