Spruzzi di gioia

Con gli occhi chiusi avverto i leggeri schizzi d’acqua che regalano un nuovo respiro alla mia pelle. Attorno voci di bambini che sembrano piccoli adulti con le loro pronunce nasali. Questa lingua non mi piace più! Dieci anni mi sembrava bella, semplice ma oggi mi rimane solo la discreta pronuncia e, pardon, qualche struttura grammaticale qui e là.

E intanto i due bimbetti continuano a giocare con l’acqua, lanciando acute grida di gioia. Li osservo, li studio, provo a fare come loro e spazzo via tutte le foglie secche. A terra, sull’erba, l’acqua incontra la luce disegnando piccoli, magici cerchi luminosi. Che il segreto sia nelle magiche gocce? Che racchiudano loro il senso della vita? Tante, troppe volte ho pronunciato la frase “L’acqua non è il mio elemento” eppure nonostante il legame tra idrogeno e ossigeno, l’acqua appare più semplice di quanto io possa immaginare. Semplice come il pensiero che stamattina mi anima.Continuate, vi prego. Spruzzi di gioia.Immagine

Wewè

Canticchiavo allegramente, contenta di aver ripreso possesso di lei dopo ben due settimane e mi ci ero rimessa alla guida col timore di non esserne più capace. Si dimentica come si va in bicicletta? Non credo. Ecco sto delirando.

Dicevo…canticchiavo (sono intonatissima e terribilmente sexy mentre canto) e ho girato a sinistra, immettendomi con cautela in una strada a senso unico, il mio! Ed è stato in quel preciso istante che mi sono ritrovata davanti un Ducato azzurro il cui conducente non ha minimamente preso in considerazione l’ipotesi di tornare indietro, costringendomi così a innestare la retromarcia per lasciargli libero il passaggio.

Non ritengo dignitoso riportare qui le soavi parole da me pronunciate in quel momento. Nel frattempo alle mie spalle una Pantera azzurra e bianca. 

Sapete una cosa? Ho recuperato l’auto solo ieri mattina e già non li sopporto più. Mentre guidi sbucano da ogni dove, ti giri e scopri nei piccoli abitacoli persone che bestemmiano i morti del prossimo, poliziotti che ti tagliano la strada mentre parlano al telefono senza auricolare. Sicuramente quello di stamattina stava cercando di risolvere un caso connesso a qualche tremendo boss della Camorra. 

E poi, e poi la volete sapere una delle scene più comiche? Al semaforo, normalmente, non bisogna distrarsi mai anche se devo ammettere che per me quello è il momento migliore per una veloce sistematina alle unghie. Qui, però, ho scoperto una nuova usanza: suonare il clacson ancor prima che sia scattato il verde e ora vi spiego come funziona la cosa. Nell’attimo in cui un’auto si ferma ad un semaforo inizia una competizione “all’ultimo colpo”. Il gioco consiste nel riuscire a suonare il clacson per primo nell’attimo preciso in cui il semaforo pedonale diventa rosso. Il brutale messaggio che ne scaturisce è diretto al fortunato della pole che, da quel momento in poi, vivrà intensi attimi di ansia, col piede pronto sull’acceleratore. Il tutto per evitarsi un KTM fresco fresco di giornata. 

Chiedetemi ancora, vi prego, perchè sono ansiosa.Immagine

(Al) Buio

Entrò. Le luci soffuse conferivano a quel luogo sconosciuto un’atmosfera onirica, ovunque corpi che vagano nella semi-oscurità.

Donne e uomini si bagnavano in piccole vasche ricoperte di colori sgargianti che si riflettevano a fior d’acqua.

Provò a nascondersi dietro una di esse. Voleva per un attimo provare l’eccitante sensazione di vedere senza essere vista ma quel gioco la stancò presto e si diresse verso il luogo proibito.

Entrò in punta di piedi, per no disturbare. Il vapore non le consentì immediatamente di scorgere la donna al suo fianco che le sorrise. Si chiese se non fosse un errore ma poi si appoggiò al muro e lasciò correre i pensieri.

Si passava freneticamente le mani sulle gambe, sulle braccia e ancora tornava ad esplorare le ginocchia, le caviglie, angoli spesso inesplorati. La pelle le si scioglieva al solo sfiorarla, lasciando scivolar  via la polvere. Aveva sete di rinnovamento. Si accarezzò il collo e pensò che, in fondo, meritava quanto le stava accadendo.

Avvertì all’improvviso un lieve tocco sulla spalla e non capì. Il silenzio continuava ad averla vinta e lei non chiedeva di meglio. Un secondo tocco la indusse a voltarsi ed una donna la invitò. E’ arrivato il mio turno.

La condusse in una stanza e provò un iniziale senso di smarrimento. La luce scarseggiava. Una seconda donna le sussurrò qualcosa ad un orecchio. Non capì ma si stese, il gesto era stato eloquente.

Sciolse gambe e braccia. La donna, con movimento impercettibili la liberò di ogni costrizione e potè sentire un intenso odore di lavanda. Associava la lavanda a sterminati campi dal vivo verde, alle bianche lenzuola fresche dell’infanzia, ad un tempo lontano a cui le piaceva ricorrere di tanto in tanto. Poi le avvertì, quelle mani lisce, prive di imperfezioni che le scrutavano la pelle in modo discreto.

Quelle mani iniziarono a sprigionare un piacevole calore e l’aria vibrava di fresche note di lavanda. Mantenne gi occhi chiusi, l’oscurità le avrebbe lasciato libera l’immaginazione ma non poteva distrarsi, cercava di comprendere ciò che stava accadendo. Si convinse, poi, che un’altra persona si fosse inserita in quel gioco e si lasciò andare, sempre di più.

Ad un tratto le mani le sembrarono sfuggire al controllo delle sue percezioni, si muovevano febbrilmente e dalla schiena scesero lentamente. Il tepore iniziò a farsi più insistente e si perde in mondi lontani, cercando di immaginare la scena dall’esterno.

E fu in quel momento che le mani si spinsero verso l’ignoto, le carezze si fecero più intense come il piacere che fino a quel momento era stato discreto. Il suo corpo assecondava quelle mani che immaginava sensuali. Iniziò ad avvertire un calore ancor più forte lì, nella culla del mondo e comprese che quell’esperienza non sarebbe più tornata. All’improvviso si girò e lasciò che la donna percorresse il sentiero che preferiva per poi guidare le sue mani, accarezzandole e sentì di non poter resistere. Stava per cedere.

Musica, note soavi nell’aria intonavano una sinestesia tale da rendere irreale qualsiasi essere che, alla fiamme soffuse dei ceri, appariva come una figura mitologica.

Fu a quel punto che, quando non seppe più riconoscere il limite tra sogno e realtà, che alzò un braccio e si scoprì sorpresa da quel movimento, come si trattasse di un volere ben più supremo del suo animale desiderio.

Affondò le dita sul suo collo, lasciando che facessero trasparire il potere di quel gesto. E l’altra capì, forse non era la prima volta ce le succedeva e si abbandonò all’incontro delle loro lingue che iniziarono a cercarsi freneticamente come se si fossero attese per secoli.

Ogni filtro cadde, ogni velo scomparve, lasciando posto ad una passione di quelle che si consumano senza fretta alcuna.

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El Carmen de la Victoria

Stamattina sono entrata in un carmen dopo averne visti tanti da fuori. Cos’è? Non saprei definirlo in modo tecnico ma posso descrivere la mia esperienza. Si tratta di un tipo di abitazione, vivienda in spagnolo, tipico di Granada e caratterizzato da un enorme patio o cortile interno pieno di vegetazione, talvolta arricchito da una o più fontane. Quando lunedì scorso sono salita al quartiere arabo per la prima volta, mi hanno spiegato che si tratta di case che non è possibile immaginare dall’esterno poichè “protette” da alte pareti che racchiudono una ricchezza fuori dal comune. Ed è così.

Stamattina non ho potuto visitare le stanze ma il giardino si è rivelato un piccolo paradiso isolato dal resto del mondo, un giardino in cui il tempo sembra fermarsi. 

Ed è stato lì che ti ho sentito vicino, seppur lontano nello spazio ma per me lo spazio ha assunto negli ultimi tempi una connotazione molto diversa da quella a cui ero abituata. Mi sono dovuta adattare ad una nuova concezione della distanza che, a tratti, ancora mi lascia perplessa. 

Lì, all’ombra di un verde fogliame e “disturbata” solo dal gorgoglio dell’acqua di una fontana, ho immaginato di essere tra le tue braccia, amata e venerata, come una diosaImmagine.

 

Jatevenne

Devo chiedere scusa. S’, devo assolutamente chiedere scusa alla mia vicina di stanza. 

Stanotte sono tornati a cercarmi. Ogni tanto si materializzano, ovunque io mi trovi e solo in un preciso istante riesco a reagire in modo consapevole: quando apro gli occhi.

Da qualche anno il mio sonno si popola di visi a me sconosciuti che al mattino non riconosco ma che, di notte, entrano prepotentemente, senza bussare, e solo la mia voce riesce ad allontanarli. 

Strani esseri, forse nemmeno così spaventosi. Eppure la loro estraneità provoca in me reazioni imprevedibili, tali da dr luogo a chiacchierate divertenti per chi ascolta dall’esterno poichè ai confini della realtà. 

Stanotte sono stata svegliata, però, da una reazione ben più scomposta: un grido straziante. E poi ricordi vaghi…stretta al cuscino…appoggiata alla testiera del letto in ferro battuto che tanto mi piace durante il giorno.

Come un fantasma mi sono poi aggirata per l’appartamento, alla ricerca di quei visi, di quelle emozioni, inutilmente.

E come ogni volta che mi accadono episodi simili, stamattina ho dovuto lottare per allontanare le nuvole.

Cansado de no encontrar respuesta decidí cambiar mis preguntas

Qui a Granada il quartiere del Realejo, che alle 4 del pomeriggio appare desolato, vive nei colori di un giovane artista prima braccato dalle autorità e oggi acclamato per i suoi graffiti che, come potrete notare, meritano.

Uno dei tanti, eppure secondo me il più profondo.

“Stanco di non trovare risposte, decisi di cambiare le mie domande”. Tante le volte che frasi del genere hanno accompagnato i miei pensieri e tante le volte che mi sono seduta e ho aspettato, perdendo talvolta tempo prezioso che nessuno mi restituirà. Ho smesso di domandarmi il perchè delle cose per interessarmi ad i miei di perchè. Vivo meglio.

Granada mi sta restituendo quanto l’ultimo anno mi ha strappato. Mi lascio bagnare dal suo sole, percorreo le sue strade immaginandomi oltre per poi tornare a casa con i piedi impolverati.

Mi sta entrando dentro ed ho spalancato le porte,Immagine

I can fly :D

Non ho mai capito la ragione per cui adoro guardare, come ipnotizzata, attraverso l’oblò dell’aereo mentre sono in volo. Di certo so che, ad una certa altitudine, lo spettacolo può sembrare magari noioso eppure vi assicuro che non è così ma dovete sforzarvi di andare oltre le apparenze. 

L’ala, con quei pannelli che sembrano tanto fragili alla mia vista, fende un’aria che m appare formata da tante particelle immobili, come se fuori la vita fosse ferma e noi qui continuassimo a respirare, in un  limbo di cui il velivolo costituisce l’involucro. 

Pensandoci bene quest’immagine, seppur rovesciata, somiglia vagamente alla gestazione. Durante quei nove mesi, infatti, mentre la mamma continua a vivere in ogni sua più singola manifestazione, il feto appare come immobile. Ma sappiamo che le cose non stanno propriamente così. 

Ed è così che mi sento ora: al riparo e un po’ più forte.