SARA(‘)

“Oh cazzo!”. All’improvviso abbassò lo sguardo e si accorse di una piccola, sudicia macchia di pomodoro che le aveva sporcato la camicia, proprio due minuti prima della diretta. Non ci voleva proprio.

Si coprì con un foulard e registrò il servizio per poi tornarsene a casa. Esausta.

Come aveva potuto un misera macchia di pomodoro rovinarle la giornata? In cosa si era ridotta negli ultimi anni? Non faceva altro che lavorare, scrivere e presentare servizi che l’avevano ormai resa celebre in tutto il mondo ma non bastava, lei in quel preciso istante si sentiva una fallita. Quella macchiolina, così insignificante, le aveva mandato in tilt il sistema nervoso, mandando in frantumi un equilibrio precario che si reggeva da dieci anni, da quando aveva deciso di non dare più voce a se stessa ma ai sogni di un’altra persona.

Non era un caso: in lei era in atto una lotta senza pari. Non aveva mai permesso ad un uomo di entrare nella sua vita, ad un’emozione di rigarle il viso o di farle spalancare la bocca, ma si era innamorata dell’uomo sbagliato che aveva smesso di costituire per lei il direttore di un importante rete televisiva di Madrid nell’attimo in cui si erano stretti la mano e dopo qualche ora erano finiti a letto assieme. “Non una parola”, le aveva ordinato, “mia moglie mi sbatterebbe fuori!”. In quell’attimo, quelle parole nemmeno la sfiorarono, si trattava d’altronde dell’ennesima comparsa  che non avrebbe lasciato traccia alcuna andandosene. Questa era la vita che aveva scelto.

Un improvviso senso di nausea la costrinse a correre in bagno.

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Sogno o son desta

Stamattina ho visto l’alba. Con la mente altrove osservavo le auto scorrere veloci sul GRA, automobilisti pronti ad una nuova giornata prendevano a morsi la vita mentre io sapevo che presto avrei chiuso nuovamente gli occhi. Il movimento sincronizzato dei piedi indicava che una zona del mio cervello era in azione. Nessuna parola, nessun pensiero. 

Uscire di notte e rientrare di giorno. 

Aspettami

Oggi non ci sarai tu a salutarmi. Oggi sono stata io quella che ha accompagnato, quella che ha augurato “buon viaggio”. La stanchezza mi affligge. Il pensiero di te mi mantiene in piedi.

Guardi fuori dalla finestra, gli auricolari ti cullano e, intanto, vai verso casa mia.

Aspettami lì, io cercherò di non pensare. Oggi il pensiero pesa. La domenica è triste se tu non sei con me.

Alla ricerca della spossatezza

Sotto un sole cocente camminavo senza meta, riappropriandomi del mio tempo, delle mie scelte, di me stessa. Ad ogni passo avvertivo la stanchezza aumentare, il peso della borsa sempre più insostenibile ed i vestiti ormai incollati addosso che quasi si scioglievano, assieme alle mie ansie. Che stupida sono stata. Ho camminato diversi chilometri per zittire la mia tachicardia ripensando sempre alle stesse parole, alla mia frustrazione, alla delusione che ha bagnato il mio viso.

Dopo ore sono tornata a casa. Telefono, computer, ozio per ritrovarmi alle nove con una doccia ed un pasto in attesa di me. Non ho seguito i piani. Ho vinto!

Sono un mimo

Sono un mimo. Stasera l’ho capito, stasera ho compreso la plasticità del mio volto, la ricchezza di espressioni che riesco a rappresentare, ad esprimere. 

Le parole mi rendono prigioniera, sono gli occhi la mia arma. Amano, soffrono, ridono, si sorprendono per me e, quando lo fanno, arrivano dritto al cuore di chi mi osserva, di chi sa cogliere.

Stasera ho capito che le parole non possono parlare di me, almeno non quelle pronunciate. Le mie emozioni sono di quelle silenziose, entrano in punta di piedi quasi non volessero turbare gli altri. 

Ed ecco che faccio il mimo, che regalo le mie emozioni a chi ha davvero voglia di coglierle, senza costringere all’ascolto.

Sono un mimo.

Eco

Oggi ho aspettato che la campanella suonasse, che voci squillanti mi salutassero vivacemente per poi lasciare un silenzio tombale…al quale, tra quelle mura, non sono abituata. Sono rimasta seduta, ho osservato i miei mille fogli sparsi ed ho respirato profondamente, in attesa di me, di quella persona che lascio fuori ogni mattina prima di entrare.

Ho percorso il lungo corridoio mentre ascoltavo qualcuno aggirarsi tra i banchi, qualcuno che forse assaporava quel silenzio atteso per ore.

Ho posato le mie armi e ho lasciato cadere la maschera. Aria.

Sì, sono cinica

Non sono mai stata contraria all’aborto e non mi vergogno a dirlo.

Ricordo ancora quando mi hanno dato della cinica, quando mi hanno condannata perché appoggiavo una visione della vita fredda, fredda come un letto d’ospedale.

Oggi quel discorso è tornato, lo ha lasciato entrare un’amica parlando della sorella, di una donna che reca in grembo un feto, ormai bambino, destinato alla morte.

Aspettiamo che muoia. Queste le parole dei medici.

Come si può essere così insensibili? Come si può lasciare che una madre auguri una morte veloce al figlio che reca in grembo solo perché malato?

Esiste una legge, lo so e questa madre non ha avuto il coraggio di recarsi fino a Londra e aspetterà, tra un calcio ed una contrazione che lui si spenga.

Perché?